Per celebrare il 24 agosto… tre anni dopo

    I due mezzi viaggiavano quasi affiancati su strade parallele, poi uno si attardò, bloccato dall’intenso traffico estivo.
    Edgar era emozionato, tranquillizzò se stesso, scese dal treno, uscì dalla stazione e vagò per qualche minuto su e giù, scrutando attentamente i volti della folla che si muoveva avanti e indietro. Figure improbabili si susseguivano, qualche sussulto, finché non la vide apparire, salire le scale, di una bellezza solare, abbagliante, color del grano, occhi mare.
    “Ma… sei bellissima…”
    Lei strascicò uno “s-ciao” e il suo viso si illuminò; lui aveva come calcolato il tempo necessario a proferire quelle parole, affinché nell’immediato abbraccio, la sua bocca potesse unirsi a quella di Anna.
    Un lungo attimo, emozione alle stelle, sorrisi incapaci di parlare, balbettare forse disinvoltura, parole sconnesse dal cervello, in cui aveva aperto i battenti una confusionaria discoteca abusiva (dum dum dum sflash… dum dum dum sflash…).
    I paesani li vedevano perduti negli sguardi sorridenti, passo veloce, ancheggianti…
    Edgar l’abbracciava e aveva fatto suo il deltoide destro di Anna, che baciava ripetutamente inebriato da quella pelle morbida e vellutata, che a contatto con le sue labbra gli dava impensabili sensazioni erotiche che lo pervadevano di dolcezza.
    Camminavano e camminavano, entrarono qui e là, un ufficio, una cartoleria, una libreria, l’università, strade strette, che si aprivano improvvisamente in piazze e giardini, per poi chiudersi ancora in vicoletti ombreggiati, percorsi incessantemente da gente di ogni parte del mondo, alla ricerca dei segreti di una città bellissima. Nulla di meglio al mondo per battezzare un amore. Edgar viaggiava oltre se stesso, voleva fermarsi, compiacersi del suo abbraccio, cercare l’estasi nei suoi baci.
    Trovò quanto cercava sugli scalini di una chiesa barocca, dove il loro amore trovò sfogo incurante di altre presenze, quasi complici e partecipi, accompagnato da musiche medievali di un artista di strada, musiche discrete, dolci, come i loro baci che si susseguivano uno dopo l’altro.
    Anna parlava, parlava, la sua voce armoniosa, le sue labbra calde, desiderabili; Edgar si perdeva nei suoi occhi, avrebbe voluto baciarli e mordere il suo nasino delizioso, colse i suoi simpatici intercalari, scorse in lei la bimba che era stata e la donna presente.
    Quei baci, quell’unione primaria, quel gusto di miele colto dalle papille e le labbra umide che si attardavano a sfiorarsi e imprimersi in un gioco eccitante di sensazioni. Quando la mano di Edgar carezzò il suo seno, ne iniziò un altro, ben più oltre… più oltre… Amorini invisibili danzarono intorno ed Eros scoccò la sua freccia. L’amore fu scritto sulle pagine dei libri, era scritto e attestato dal tempo che aveva fermato infiniti attimi e li proiettava ai testimoni, a loro piacimento, per l’eternità. L’amore fu riprodotto in immagini, in passi veloci e leggeri, in meraviglie e ristori.
    Canaletti, calli, ponti, lei tra il bordo e lui, schiacciata al ventre…
    “Andiamo al Lido…” e già è lì sulla spiaggia affollata, in cerca di un deserto lontano da raggiungere avvinghiati e cadenti sulla sabbia bianca, mettono metri tra loro e l’ultimo ombrellone, crollano, via le vesti… nostromo, vira a dritta… la prende, la ama, geme con lei…
    Lei pensava…
    Il lido è un giardino dove domò ogni sua resistenza, la richiamò all’amore prendendola per i fianchi, si appiccicò a lei percependo ogni sua morbidezza, ebbe chiara la nudità del suo corpo, del sesso, del seno… e baci… e baci… proponimenti, promesse, speranze e ancora baci, abbracci… eternità fai spazio!

    Commeatus

    La trovò allegra, ciò lo turbò ancora di più. Il disappunto gli si leggeva in viso. Vi era tanta gente, se ne stette zitto in disparte.
    Un attimo dopo di lui era entrata Marina, che sarebbe dovuta uscire con Monica. Lui cascò dalle nuvole, era una novità assoluta. Evidentemente dopo la giornata al mare era cambiato qualcosa. Aveva un gran bisogno di parlare da solo con lei, ma pareva lo evitasse. Quando fu pronta, strillò “Chi esce-e?”
    Lui non si mosse. Lei allora, nascondendo l’imbarazzo, lo indicò con la mano, freddamente, come se tra loro non  fosse mai accaduto nulla e disse indifferente:
    “Vieni anche tu?”
    Se non lo avesse chiesto, non si sarebbe mosso; ma quella domanda e quel tono ferirono comunque  Antonio che si alzò sornione e la raggiunse. Non era a suo agio. Marina non gli era antipatica, ma in quel momento non l’avrebbe voluta tra i piedi.
    La passeggiata era sostenuta da discorsi scemi, fatti solo pour parler e da altri poco digeribili per lo stato d’animo di lui, che si disimpegnò come poté, simulando disinvoltura.
    Monica, tra un frizzo ed un lazzo, tirò fuori la questione del conflitto di mentalità tra nord e sud. Seguirono non pochi luoghi comuni. “Nord è libertà, sud chiusura”. Antonio e Marina concordavano sul fatto che non bisognasse generalizzare e che l’analisi andava fatta con le necessarie eccezioni, senza semplificare troppo. Lui, estremista di natura, portò nel discorso casi limite e paradossali allo scopo confutare un’affermazione verosimile: tirò fuori nientemeno la minore libertà del bevitore (disse “ubriacone”, ignorando una sorta di fair play sociologico) delle città del nord, con la polizia sempre in agguato, contro la possibilità dell’omologo del sud di vivere tranquillo la sua sbornia in una tradizionale osteria di paese. Con ulteriori dissertazioni concluse che la libertà non è un fenomeno circoscrivibile e catalogabile, i suoi aspetti sono svariati.
    “La libertà non è data, occorre conquistarsela in qualsiasi campo”, concluse…
    Ristorato dalla foga del discorso, riuscì a notare un certo disagio in Monica per quel passeggio forzato.
    Raggiunsero la periferia dal paese discutendo del tema della bellezza…
    “Essa è insita nella natura” sosteneva Antonio appoggiato da Monica.
    Marina era del parere che fosse un’arte.
    Unanime era il disprezzo per la pubblicità. Benché non avesse ancora letto Huxley, Antonio già parlava di lavaggio del cervello e della pubblicità come causa del cretinismo dilagante.
    Monica si stava sciogliendo. Propose, da par suo, una sfida al lancio della pietra. E fu gara! Marina li guardava con sufficienza atteggiandosi ad adulta.
    “Siete diventati pazzi!” disse.
    Monica urlava:
    “Il primo giorno vado a letto e dico ‘Villa B. che schifo!’; il secondo giorno vado a letto e dico ‘Villa B. che schifo!’; il terzo giorno vado a letto e dico ‘Villa B. che bello!’ “
    Antonio fu invaso da un flusso di felicità: il terzo giorno Monica aveva trovato lui. Lei continuava a urlare felice.
    Si era fatto tardi, Marina si congedò.
    Monica e Antonio incontrarono Giovanni e gli altri amici. Lei era come sempre al centro dell’attenzione e continuava a fare la matta.
    “Smettila, perché qualcuno ha detto che ti dai troppe arie” disse lui.  Si calmò di colpo, interdetta. Lui cantava accostandosi alle sue orecchie sottovoce ‘Che ne sai di un bambino che rubava…’.
    “Prima non cantava mai; adesso che ha trovato il suo angelo canta sempre” ironizzò Paolo.
    Lei rise. Giovanni se ne stava in disparte col muso lungo.
    Rimasti soli, Monica chiese di rientrare. Lui la trattenne, cercò di appartarsi con lei,
    “Ma dove mi vuoi portare?” protestò e continuò a resistere alle sue pressioni.
    Lui cedette e l’accompagnò a casa; al buio, sotto l’arcale… “Monica…” bisbigliò.
    Lei si voltò e la baciò a lungo. Lo invitò ad entrare, ma rifiutò.
    Nell’allontanarsi distesero il braccio cercando un contatto che durò interminabili attimi, fino a che la punta delle dita non si staccò a stento.
    Riuscì a vederla solo nel pomeriggio successivo. Continuava intanto la sua inappetenza. Avevano già deciso per quel giorno di andar per mandorle, la andò a chiamare. Uscirono subito, destinazione una collinetta ove era sito il mandorleto degli Atzori. La condusse verso un ruscello, nell’ultimo tratto ve la trascinò letteralmente, essendo lei riluttante in quanto impaurita da quel luogo ove l’acqua scorreva sotto la folta vegetazione.
    Si recarono poi in un piccolo campo semi abbandonato, che agli occhi di Antonio sembrava il paradiso terrestre. Colse una pera e tentò Monica. Ormai dovevano nascondersi per amarsi e i campi erano l’ideale.
    Più tardi salirono a “Su ponti” di cui serbavano un gradito ricordo. Si era già alle celebrazioni.
    Di sera, sfuggendo ai controlli, si recarono fuori dall’abitato, ormai folli, nella strada deserta, buia, si rotolarono sull’asfalto, non risparmiandosi atti sessuali, felici di stare insieme.
    Si spinsero oltre un chilometro da Villa B. senza alcun timore.
    Anche in quei momenti proseguivano la elucubrazioni di Antonio sulla partenza di Monica, aggravata dall’assenza di due giorni di lei per Arzachena, mentre sarebbero potuti stare insieme.

    Si incontrarono nuovamente due giorni dopo nel pomeriggio, ma solo per pochi minuti.
    L’ultima giornata della permanenza di Monica a Villa B., le famiglie Atzori e Melis per congedarsi, avevano organizzato come erano solite fare, un pic-nic nel bosco intorno al castello, che era posto su un’altura a distanza inferiore ai mille metri dal paese ed era l’antica dimora di donna Violante Carros.
    Partirono di buon mattino. Antonio e Monica erano controllati ed ebbero difficoltà a stare soli. Lui se ne lamentava appena poteva, ma lei aveva già i suoi programmi e intraprendente come sempre li mise in pratica. Con un espediente riuscirono uno dopo l’altro ad allontanarsi per amarsi in una sorta di labirinto roccioso.
    Dopo il gran pranzo la loro evasione fu totale.
    Vagarono in tutti i punti del bosco, in alcune parti molto fitto, ricco di vegetazione e di nascondigli, tuttavia si sistemarono allo scoperto, uno sull’altro su una panchina. Si inoltrarono poi nel bosco e si sistemarono ai piedi di un albero, quasi a voler emulare la loro giornata al mare. Furono però disturbati con loro profondo disappunto da visite inopportune. Monica ora ormai contrariata.
    Dopo diverse sollecitazioni, quasi alla fine dell’avventura, lei accettò di nascondersi tra la rocce, nei pressi del castello e qui, su una parete rocciosa, con un baratro sotto di loro, si amarono per l’ultima volta, quasi con violenza, con frenesia, come a voler costituire una riserva d’amore e di sesso per tutto il tempo che sarebbero stati lontani. Là si salutarono nel modo in cui avrebbero voluto fare liberamente.
    La sera, incerti del loro futuro, si baciarono nella confusione. Quando Antonio si allontanò tese ancora la mano all’indietro verso Monica, alla ricerca di un contatto che tardò a finire.

    (Fine – prima parte)

    Pacato furore
    .
    Antonio, che aveva dei progetti ben precisi, fu colto da un tuffo al cuore. La prese, la baciò e la stese sotto un albero, senza andar troppo per il sottile. La coprì col suo corpo facendola ansimare più volte, premendo sul suo ventre.
    Commentavano ogni loro atto, rotolavano avvinghiati, dimentichi del tempo e dello spazio. Le cosce di Monica carezzavano quelle del ragazzo, lei le apriva e lui le stringeva forte a se, in un movimento continuo ed istintivo. Si carezzavano tutto il corpo reciprocamente. Persi… Gli sguardi di lei, da dolci e sognanti, si facevano provocatori e di sfida, chiedendo ora dolcezza ora lotta, finché sfinita e sazia chiese di dormire, ma lui non fu dello stesso avviso…
    “Va bene dormi, ma con le nostre bocche congiunte”.
    Non accettò la singolare richiesta e ribadì:
    “Senti, io vado in quell’altro albero e tu stai qui”.
    “No, vengo anch’io!”
    Cambiarono albero, senza trovarvi migliori comforts e là ripresero ad amarsi. Negli attimi di pausa lui pensava a quale potesse essere il mondo di Monica a Milano, per lui segreto e strano, affascinante e misterioso. Quel pomeriggio era per lui quasi un’ultima spiaggia, pensava a come avrebbe potuto stare senza di lei; pensava che pur volendola fortemente, non aveva mosso un dito per averla e che era stata lei a fare le prime avances. Temeva che tutto sarebbe potuto finire con le vacanze e che per lei fosse stato solo un passatempo estivo. Era convinto di amarla.
    Questi pensieri, mentre i loro corpi continuavano a dare sfogo al sesso, furono interrotti dal passaggio di una vettura che comunque si allontanò subito.
    Monica insisteva nel voler dormire, si alzò in piedi, fece per scappare, lui la costrinse contro l’albero.
    Si spostarono ancora trovando finalmente una sistemazione soddisfacente. Lei si sfilò di dosso la leggera magliettina. Antonio intuì che sotto le continue richieste di voler dormire c’era in effetti il desiderio di contrariarlo per riprendere la lotta.
    “Ma ne vado…” insistette Monica.
    “Vattene” ribatté lui stando al gioco. Le fece fare alcuni passi poi le saltò addosso riconducendola bruscamente all’albero. La baciò e si staccò di colpo cogliendola di sorpresa e ridendo.
    “Fai anche così?!” esclamò lei interdetta.
    “Eri tutta presa!”, fece lui canzonandola, sicuro di avere la situazione sotto controllo. Ormai le faceva di tutto; a temperatura quasi di fusione, cominciò a morderla sul collo forte e a lungo; lei non disse nemmeno una parola, subiva estasiata.
    Le lasciò il segno in due punti diversi. Portò le mani sui suoi seni bollenti, dopo un tentativo di slacciarle il reggiseno.
    frenesia4a“Strappa pure tanto ora le tette sono dentro”
    “Allora sollevo!” titubò lui, “Poi ti alzi in piedi”
    “No, potrebbe passare qualcuno”.
    “Ti sto sopra, così ti vedo solo io.”
    “Si!”
    Scoprì il seno, gustando ancora di più il suo corpo bellissimo.
    “Anty!” esclamò Monica con un rimprovero sensualissimo e scandalizzato.
    “Hai detto che entravano dentro…”
    Prese a carezzare le sue cosce portandosi fino al pube dove le mani di Monica lo fermarono istintivamente, per poi risalire e baciarle golosamente i seni…
    “I segni che hai sul collo non spariranno più” disse lui.
    “Magari fosse! Se li vede mia madre!”
    “Si fa tardi…”
    “Che ore sono?”
    “… Ma noi stanotte stiamo qui!” disse lui simulando convinzione.
    “Si, magari!”
    Erano le diciassette quando notarono che un tizio gironzolava nei pressi. Arrivò poi una vettura con altre persone e un gran vocio. Contrariato Antonio disse:
    “E’ ora di andare”
    “Ma non dobbiamo stare qui stanotte?” ribatté lei con ironia.
    “Si, così mi arrestano per sequestro di persona…”
    “…E anche per violenza carnale…”
    “…Atti di libidine…”
    Abbandonarono anche quell’albero per andare via, sazi. Ripresero la via del mare malinconicamente. Nell’attraversare il bosco si imbatterono un una “cinquecento” dove due ragazzi facevano l’amore.
    “… E ora disturbiamo noi!” disse Monica.
    Antonio era felice ‘Ho una donna’ ripeteva a se stesso.
    Arrivarono in spiaggia guardinghi e con un certo imbarazzo. Lei apparentemente non tradiva alcun turbamento. Si trovarono subito di fronte ad un gruppo di amici.
    “Dove diavolo vi eravate cacciati?”, chiese Giuseppe.
    “A fare una passeggiata…”, rispose Antonio con un pizzico di malizia e compiacimento. Monica sorrise con complicità.
    Tornarono alla capanna del mattino.
    “Che diciamo?” chiese Antonio.
    Monica non era affatto preoccupata. Quando giunsero, tutti gli sguardi erano puntati su di loro.
    “Ti ha cercato Raffaele”, dissero a Monica.
    “Che voleva?”
    “Non dar retta a quello là che è un dongiovanni”.
    Monica era incuriosita. Antonio scocciato, ma tranquillo. Presero i bagagli e precedettero gli altri verro il pullman.
    “Hai visto? Mi ha cercato Raffaele. Pare che sia un dongiovanni”, disse lei con un’aria strana tra il curioso ed il beffardo.
    “E tu digli dov’eri”, tagliò corto lui. Pensava a quella giornata meravigliosa; al fatto che Monica potesse essere la compagna della sua vita.
    frenesia4bDurante il viaggio proseguirono questi pensieri. Non parlarono. A San Gavino su proposta di Monica, fecero posto a Marinella, un’amica. Lui rimase in piedi per un po’, poi la ragazza lo invitò a sedersi accanto a lei. Le due ragazze intanto avevano intavolato un fitto dialogo. Antonio si chiedeva perché Monica non preferisse vivere quegli istanti con lui.
    A pochi km. da Villa Barumela, con l’autobus ormai semivuoto, emersero alla vista di Antonio gli amici.
    “Si vede chi non ha preso il sole…”, allusero con ironia.
    Giunsero presto a destinazione. Entrarono in casa Melis. La madre di Monica notò subito i segni sul suo collo, quasi si fosse proposta o avesse previsto di trovarli. Non disse nulla in presenza di Antonio. Monica lo invitò a far merenda.
    “Non avete mangiato al mare?” chiese la madre.
    “No” rispose lei dispettosamente e impavidamente.
    Seguirono i rimproveri di rito.
    “Venerdì partiamo” disse improvvisamente Monica, “Andiamo ad Arzachena”.
    Lui deglutì e prese a sudare, sentendosi girare la testa.
    “…E me lo dici così?” riuscì a mugugnare.
    Lei tacque. Antonio si accomiatò triste e teso. La sera non riuscì a vederla. La notte non fu all’altezza del giorno.

    Antonio era contrariato dal fatto che quei pochi giorni che ancora gli rimanevano da passare con Monica, fossero spezzati da una sua partenza per il mare; in più la signora Melis aveva ormai capito l’andazzo e non lo nascondeva.
    Il mattino seguente non si mosse di casa pur desiderando tanto vederla, ed era lì, a pochi passi. Saltò il pranzo, fatto ormai consueto. La aspettava, ma lei non si fece viva. Stanco e convinto che stesse usando violenza a se stesso e ai propri sentimenti, decise di andare lui da Monica.
    (4 – continua)

    Dolci fughe
     
    Una risata svegliò Antonio il mattino seguente. Monica era già in piedi. Entrò in camera di lui e fece stridere una sedia sul pavimento, nel timido tentativo di svegliarlo.
    Si alzò quasi subito, la salutò sorridendo; lei non sorrise… atteggiata.
    “Il cuscino non mi ha fatto dormire” disse.
    Lui buttò lì qualcosa sui momenti della notte trascorsi insieme, diffuse con lo stereo musiche allusive; finalmente lei sorrise, ma sembrava non avesse memoria della mezzanotte passata. Si congedò, chiedendo ad Antonio di raggiungerla.
    Non la seguì. Era già stata ripresa perchè sempre in sua compagnia; la madre era cosciente che non erano più bambini e preferiva che Monica frequentasse amicizie femminili.
    Antonio non toccò cibo a pranzo. L’appettito gli era completamente scomparso. Stette tre ore davanti al piatto, pensieroso.
    Monica arrivò alle sedici e trenta. La stava aspettando con ansia e trattenne a stento la gioia. La vedeva ogni volta diversa, più bella, ogni volta erano crampi allo stomaco, paura di perderla.
    Uscirono quasi subito e si diressero fuori dall’abitato. Le parlò della sua inappetenza. Non sapeva cosa dire. Entrambi pensavano a quanto era avvenuto la notte precedente. Antonio cercò di alludervi, ma lei non raccoglieva, sembrava triste. Tuttavia reggeva il suo passo veloce. Giunsero a “Su ponti” e qui l’abbracciò; in un primo tempo lo respinse, poi si abbandonò, ma non si fece baciare.
    Non parlavano. La stava portando in un luogo solitario perchè potessero stare insieme tranquilli. Ripresero a parlare, ma senza far cenno alla notte. La stringeva forte a se.
    In prossimità di un boschetto Monica scorse un ruscello e volle scendervi. Lo respinse ancora quando tentò di baciarla e chiese di tornare sulla strada. Era indecisa, lo desiderava profondamente, ma resisteva perchè aveva paura di essere travolta dalla passione e dai sentimenti, giacchè non era sicura di quelli di lui.
    “Possiamo sederci sotto un albero” propose Antonio.
    Fu allora che fissandola negli occhi le chiese la bocca e lei gliela offrì per due lunghi baci. Dopo ogni bacio chinava il capo, lui glielo tirava su; si guardavano teneramente negli occhi e si stringevano forte. Da quel momento la scena si ripetè come in una moviola che concede infiniti replay.
    Al ritorno si sedettero sulla ringhiera di pietra de “Su ponti”, ai bordi della strada, appiccicati.
    “Chi l’avrebbe mai detto che a Villa B. avrei incontrato Antonio!” disse Monica, con un sorriso riflessivo.
    “Peccato che in questi ultimi anni non ci siamo incontrati”
    “Non sarebbe successo nulla, non amavo tanto Villa B. e la sua gente”.
    Antonio incassò, offeso; mascherò il disagio buttando lì:
    “Due anni fa ero uno schifo”, (presunzione, narcisismo del presente?)
    “E adesso cosa sei?” (Monica aborriva la presunzione).
    “Peggio di prima”, riparò, capendo l’antifona.
    “Ah!”
    Antonio meditava vendetta:
    “Oh! Quanto sei brutta” sbottò.
    “Perchè a te piacciono le ragazze brutte?”
    Lo mise ancora in diffìcoltà; borbottò:
    “Tu hai qualcosa… sei diversa dalle altre”.
    “E cos’ho?” infierì.
    “Non so. Io non guardo la bellezza in una donna”, mentì.
    “Già anch’io non guardo la bellezza”, ribattè offesa.
    “Sei bellissima invece”, disse Antonio ponendo fine alla schermaglia.
    “Non tremi più?” disse lei ironicamente.
    “Perchè dovrei?”
    “Sai” riprese Monica, “Ieri notte temevo tu avessi bevuto… che mi volessi prendere in giro”.
    Ad Antonio tutto ciò non pareva vero, i suoi sogni erano diventati realtà.
    Ogni tanto qualche macchina di passaggio disturbava la loro intimità; in quei momenti lei prendeva una pietra e faceva dei segni sul muretto. Lui faceva finta di niente. Rimasero là tre ore buone.
    Fu lei a chiedere di rientrare, ma lui la tratteneva, voleva vivere fino in fondo quel sogno. Lei si alzò in piedi. Antonio poggiò il capo sul suo seno, la fece sedere su di lui e potè percepire l’ampiezza e la bellezza del suo fondoschiena.
    “Sai hai due begli occhi” disse seria Monica, “Sono verdi”
    Lui rise, colto alla sprovvista.
    “Per davvero!” assicurò lei. “Sei anche biondo”.
    “No”
    “Si”
    No ‑ Si ‑ No ‑ Si ‑ No ‑ Si     
    - No ‑ Si …….
    Il contradditorio terminò con l’abbraccio ormai inflazionato ed il successivo bacio. Dopo ogni bacio si sfregavano le labbra calde. Lui le baciava il collo, mordicchiandola, le carezzava il seno e le cosce, scoprendole ancora più su della minigonna che indossava. Lei si ricopriva: in fondo stavano sulla strada! Antonio infilò le mani su, fino al sedere, morbido, fresco, vellutato. Monica si scostò scandalizzata:
    “Siamo in mezzo alla strada” disse.
    Gli altoparlanti della chiesa annunciarono la Messa vespertina del sabato. Loro il giorno dopo sarebbero dovuti andare al mare.
    “Andiamo a Messa? Domani non ci siamo!” propose Antonio.
    “Vai! Io non ti trattengo” lo smontò Monica.
    “Non mi va di andare al mare” confidò lui, pensando che avrebbe preferito star solo con Monica.
    “Anche a me non va di andare al mare. Comunque andiamo. Staremo per conto nostro, appartati nei pressi”.
    Quando decisero di tornare in paese erano ormai le venti.
    Lui si reggeva a fatica, gli dolevano i genitali. Lei, ispirata, cominciò a raccontare le sue esperienze. Parlò di un ragazzo di Milano che non gradiva, ma col quale usciva per andare a ballare, in quanto con lui i suoi glielo permettevano. Era uno che allungava le mani. “Io lo fermo a suon di schiaffi!” Parlò di uno svizzero e di un francese, e un altro che l’aveva avvicinata per avviarla alla prostituzione: “Sembrava l’uomo più buono del mondo, era affascinante, aveva una bella macchina. Le mie amiche erano gelose. Poi venni avvisata del pericolo che correvo e lo piantai in asso. Tornò a chiedermi scusa, mi disse: ‘Pensavo tu non fossi una ragazza seria’. Ti rendi conto!?”
    Antonio ascoltava, ma non gradiva sentir parlare di altri. Si era fatto di lei un’immagine pregna di mistero e di fascino; questi aspetti gliela mostravano autonoma, forte, sicura di se e provocavano una certa insicurezza in lui. L’amore si diverte anche a tormentare chi cade nelle sue grinfie.
    Riaccompagnò Monica e scese al centro a trovare gli amici; riuscì ad evitare di essere trasportato a un’altra festa di piazza, solo opponendo una decisa resistenza. Pregustava già il giorno dopo. Anche quella notte lei dormì in casa sua.
    Alle sei Antonio era già in piedi. Monica sembrava di malumore; lo precedette con le amiche alla fermata dell’autobus. La raggiunse e salirono a bordo.
    “Vacci piano!” gridò qualcuno ad Antonio.
    Osservava Monica come in adorazione, era sereno, lei pensierosa. Durante il viaggio, non potendo parlare liberamente, si cimentarono in argomenti convenzionali.
    Il gran baccano che ben presto risuonò sul pullman a lei non piaceva, benchè si vantasse di essere sempre la prima a far casino in comitiva. Là non si trovava a suo agio. Lui tra se, cercava di risolvere l’enigma: chi è realmente Monica? Si stringevano furtivamente la mano, per pudore, e si fissavano a lungo negli occhi.
    A Forru salì a bordo una giovane madre con il bambino e si sistemò in mezzo alla calca. Antonio e Monica si consultarono a vista, si strinsero a sandwich tra loro e fecero posto per far accomodare la donna. Lui era appagato da quella posizione, altrimenti scomoda. Avrebbe desiderato non arrivare mai a destinazione; pensava che lei sarebbe rimasta ancora poco tempo in Sardegna, era cosciente che il tempo sarebbe volato, temeva di non poter avere ciò che lei avrebbe potuto dargli, quasi ciò potesse rappresentare un suggello indissolubile.
    Giunsero, suo malgrado: marina di Arbus ‑ costa verde.
    Un mare limpido, incontaminato, dalle trasparenze color smeraldo, si presentava ai loro occhi, respiravano a pieni polmoni quell’aria tonificante. Rimasero col gruppo di amici, raggiunsero una capanna di legno, sistemarono i bagagli, quindi si allontanarono lungo la spiaggia. Antonio smaniava, ma lei, più razionale, ritenne che era ancora presto per appartarsi.
    Giuseppe la convinse ad entrare in acqua. Lei, buona nuotatrice, si spinse lontano. Antonio stette là ad aspettarla: in lui era già in buona fase di formazione il concetto concreto di “paura”, per cui bisognava temere ogni potenziale pericolo, evitandolo. In questo caso l’angoscia veniva dall’acqua alta. Lei sembrava invece aver perso la malinconia e le riserve espresse sulla giornata al mare.
    Stettero per un pezzo col gruppo, sulla spiaggia, e al bar, vicino al juke‑box. Monica era al centro dell’attenzione.
    Tornati accanto alla capanna, si stesero sulla sabbia, al sole, in disparte, dietro una parete della casupola. Non erano soli. Fu l’apoteosi degli sguardi, uno studio attento, l’uno dell’altro, con i corpi divisi da un filo d’aria. Rimasti quasi soli, si unirono, stringendosi dapprima le mani. Lui intonò il “Canto di osanna” e parlò del suo dono dell’ubiquità. Era perso. Lei, più concreta, notò:
    “Che ha da guardare quella lì?”.
    Arrivarono le amiche di Monica e lei si fece fare delle foto con Antonio, sollecitando primi piani.
    A mezzogiorno mangiarono qualcosa, poi realizzarono quanto avevano previsto; si isolarono nel boschetto non distante dalla spiaggia. Una volta lontani si abbracciarono. Lei trepidava un po’.
    “Torniamo indietro” disse senza troppa convinzione.
    (3 – continua)
    Il primo bacio
       Erano già le undici quando Antonio venne svegliato da Giovanni, il suo più caro amico… non aveva tanta voglia di uscire, ma lo seguì.
       “Come mai ieri sera non ti sei fatto vivo?” chiese l’amico con una punta d’ironia seguita da una sorta di “terzo grado” su Monica. soglia2
       Antonio non lo sentiva nemmeno, stava pensando a lei, non aveva voglia di accompagnarlo, desiderava unicamente trascorrere una giornata come la precedente, insieme a lei.
       L’incontro avvenne a pranzo, dagli Atzori; dopo trascorsero insieme il pomeriggio, discussero dei loro problemi, di musica ed altro; uscirono, rientrarono, scegliendo accuratamente stradine periferiche, quasi volessero difendere una certa riservatezza.
       “Voi due state sempre insieme”, rilevò la madre di Monica, quasi a voler avanzare una prima riserva.
       “Da sempre” tagliò corto la figlia, spiazzandola.
       “I tuoi amici sono già venuti tre volte a chiamarti”, avvertì d’altro canto la madre di Antonio… Lui non rispose… e andò a cercarli.
       Essi, tra il serio e il faceto, lo rimproverarono per non aver ancora presentato loro Monica; lui non diede tanto peso alle loro parole, bofonchiò qualcosa e cercò di cambiare discorso.
       Il gruppo aveva in programma di andare a una festa di piazza che si teneva a Siris, un paese distante una decina di chilometri da Villa Barumela. Mentre discutevano passò Monica. Antonio la presentò a Giuseppe e agli altri, mentre Giovanni si dileguò. La ragazza invitò Antonio a seguirla, ma lui, con lo sguardo di “sfida” degli amici addosso, rimase con loro a malavoglia e quando un’automobile si fermò per accompagnarli alla festa, senza che avesse ancora deciso il da farsi, si ritrovò a bordo piuttosto contrariato.
       A Siris trovò compagnia femminile, ma il suo pensiero era rivolto a Monica. Lei risentita, stette in giro fino a mezzanotte. Antonio rientrò alla una, passò davanti alla sua casa, chiuse gli occhi e strinse i pugni, nel tentativo di raggiungerla con un intenso pensiero.
       Appena i rumori del giorno lo svegliarono, pensò di alzarsi e andarla a trovare, ma venne sopraffatto nuovamente dal sonno e si levò solo alle undici.
       La incontrò per strada con delle amiche e la seguì in centro; all’ingresso del bar c’era Paolo che aspettava solo di essere chiamato per conoscerla. Così fu e da quel momento parlò solo lui, cercando di rendersi simpatico, anche sfottendo Antonio. Questi era piuttosto allarmato e risentito, poté però tirare presto un sospiro di sollievo quando sentì che Monica lo difendeva. Per di più lei non gradiva le persone che facevano i gradassi. Paolo tuttavia seguiva una sua linea e prima di andar via, intralciando chiaramente i piani dell’amico, volle fissare un appuntamento per le diciotto a “su ponti”, ma non ebbe alcuna conferma.
       Antonio e Monica si incontrarono nel primo pomeriggio. Parlarono di musica, ascoltarono brani di Aphrodite’s child, Battisti, Equipe 84, Sweet, Bee Gees, conciliando i gusti di entrambi. Lo fecero nella cantina degli Atzori e là il feeling che già esisteva tra loro crebbe notevolmente. Il gioco sembrava fatto, c’era ancora bisogno di qualche rifinitura, ma i due non avevano strategie, navigavano a vista.
       Monica iniziò una lettera per Maddalena, una sua amica di Milano; in essa, sotto gli occhi di Antonio, espresse per lui tutta la sua ammirazione. Quasi l’avessero deciso, temporeggiavano, stentavano a venire al sodo, si scambiavano mille allusioni.
       “Se non fossi così giovane ti sposerei” disse lei con la naturalezza con cui si chiede un bicchiere d’acqua. Antonio deglutì, emozionato.
       “Per davvero” assicurò, “Sai, Maddalena è molto bella, è la mia migliore amica. Ti darò il suo indirizzo e potrai scriverle”, proseguì, cambiando discorso avendo notato l’imbarazzo di lui. Antonio annuì.
       “Che ore sono?” chiese lei.
       “Le sedici” rispose lui sospettoso, pensando all’appuntamento delle diciotto.
       “Dimmi parolacce in sardo, vorrei conoscerne qualcuna”. Lo disse con un tono e uno sguardo che volevano scandalizza­re.
       Antonio titubò, poi acconsentì e ne scrisse qualcuna timida­mente su un foglio; scelse le più ovvie e comuni, temendo che lei le conoscesse già e lo volesse solamente mettere alla prova e testare il suo grado di libidine in quel momento. Monica sembrava eccitata.­
       C’era sul piatto “Hot love” dei T.Rex e lei la seguiva con voce ancora più suadente di Marc Bolan.
       Quando uscirono erano quasi le diciotto, ma la loro meta non fu “su ponti”; vicino al bar incontrarono Giovanni, Giuseppe e Paolo; si unirono al gruppo che prese a “vascheggiare” verso Selas, cittadina distante meno di mille metri.
       Antonio era attento, teso, stava vicino a Monica; gli amici gliela contendevano, disfacevano continuamente la fila, col pretesto del passaggio di qualche automobile, per allontanarli l’uno dall’altra, ma prontamente, sfacciatamente, Monica tornava accanto ad Antonio. Camminavano appiccicati dandosi i consueti colpi d’anca. Per niente in imbarazzo, lei, con l’aria di chi scherza per dire delle verità, ribadì platealmente:
       “Antonio, sei bello. Se potessi ti sposerei”.
       Era un po’ come parlare alla nuora perché suocera intenda. Lui ascoltava lusingato, non più sorpreso, né imbarazzato, era ormai quasi certo della scelta di Monica. Gli amici sorridevano forzatamente e quando all’ingresso del paese lei lo abbracciò stringendolo forte a se, avrebbero sicuramente desiderato togliere il disturbo. Lui si abbandonò su di lei percependo la morbidezza delle sue calde gambe e del suo seno.
       Giunto in piazza il gruppo si sciolse, alcuni presero posto su una panchina. Fu qui che Giovanni si accasciò su Monica come in un forcing disperato da playboy in difficoltà. Venne respinto! Era un altro segnale per Antonio; anzi lei, a scanso di equivoci, rincarò la dose ribadendo:
       “Se potessi ti sposerei subito”.
       Era la terza volta e Antonio non pensò affatto al canto del gallo prossimo venturo.
       “E brava Maria!” scherzò lui con aria disinvolta e tranquilla, ma assai confuso e imbarazzato.
       “Per davvero!” replicò lei.
       Quella notte Monica avrebbe dovuto passare la notte in casa di Antonio, come accadeva di frequente per questioni logistiche di casa Melis. Era impensabile comunque, una ripetizione di quella notte del sessantotto, quando dormirono insieme, non erano più così piccoli.
       Dopo cena, i nostri, si avventurarono lungo una stradina buia e poco trafficata. Là nella penombra Antonio osò. L’abbracciò, lei si abbandonò e lo strinse forte. Ripetè il gesto prendendola alle spalle in un incontenibile slancio passionale, cercando ogni contatto possibile col suo corpo. Si parlavano dolcemente.
       “Sei tonto!”
       “E tu ?”
       “Anch’io sono tonta. Siamo tonti”. Risero. Tuttavia Monica con quella dolce espressione intendeva rimproverarlo perché non si decideva a infliggerle il colpo decisivo.
       Intanto in casa Atzori e Melis i grandi se ne andavano a letto. Monica e Antonio dissero di non avere sonno. La signora Atzori, che aveva atteso fino a tardi, invitò la ragazza ad andare a letto, non intendeva lasciarli soli.
       “Non ho sonno. Vengo tra un po’”.
       Una volta soli, attesero il silenzio e le luci spente.
       “Svegliami domattina” disse Antonio, ma se vi era qualche allusione era troppo ermetica.
       Si adagiò su di lei, seduta sull’uscio, che lo compresse tra il seno e cosce, a mo’ di sandwich, carezzandolo. Indossava hot pants e una t-shirt rosa aderente. Era passata da poco la mezzanotte.
       Antonio sollevò il capo e guardò fisso negli occhi di lei, che gli sorrise e lo guardò dolcemente con espressione d’attesa. Lui avvicinò la bocca a quella di Monica, che si voltò di scatto. Preso alla sprovvista ci tentò di nuovo; lei gli diede il collo, lui lo baciò. Lei cercò di adagiare nuovamente il capo di lui sul suo seno, ma lui si liberò e tentò ancora di baciarla… lei sospirò come per negarsi:
       “Antonio!!!”
       “Stai zitta!” disse lui deciso.
       “Oh …” fece sorpresa, poi si riprese “Hai sonno, devi andare a letto. Sono stata una stupida a rimanere qui con te”.
       Antonio tremava nervoso, aveva bisogno di amore, del suo amore.
       “Stai zitta!” ribadì, temendo che li sentissero e svanisse quel momento tanto sognato.
       “Hai freddo? tremi”.
       Riprovò a baciarla; lei si voltò ancora. Allora le afferrò il mento, la guardò per un intenso istante e la baciò. Le loro labbra si unirono; lei in un ultimo tentativo di resistenza strinse i denti. Lui forzò più forte e Monica si abbandonò a quel bacio. soglia
       Antonio pensò a quanta fatica gli era costato quel bacio desiderato da tanto tempo. Quando si staccarono lei abbassò la testa, gliela sollevò lui. Lo guardò dolcemente con una punta di malizia, che sembrava chiedere di essere posseduta.
       “Voglio andare a dormire” disse lei per la prima volta in stato confusionale.
       “No!” mezzo ordine e mezza implorazione, tremava tutto.
       Monica si levò in piedi e fece per andare, ma lui le prese la mano, l’attirò a se con forza e la baciò ancora. Non oppose alcuna resistenza, ma era tesa. Sussultò e si staccò:
       “Ho sentito un rumore…”, passò un cane nella strada, risero.
       “Non dirai niente a nessuno…” invitò lui “…E sali piano”.
       La ragazza sgusciò dalle sue braccia e con un sorriso sdrammatizzante chiese:
       “Hai bevuto, vero?”
       “Se avessi bevuto non mi sarei comportato così, rispose grave e con voce impostata, accorgendosi subito di aver detto una banalità. “Senti, vieni qui!” proseguì.
       Lei protestò, intendeva andare a dormire. Antonio ribadì le raccomandazioni già fatte. Lei annuì, poi disse: “Dirò tutto”
       L’attirò a se e la baciò ancora, questa volta lei si abbandonò tra le sue braccia; eccitatissimi, pareva si gustassero. Antonio le carezzava il collo con le labbra, tremava meno, non temeva più che scappasse, il corpo di lei pesava sul suo. Dopo infiniti attimi con aria di uomo vissuto, comandò:
       “Vai!”
       “Buona notte!”. Salì pensierosa le scale, la ringhiera vacillò beffarda, risuonando nella notte.
       Antonio si muoveva stentatamente sazio di passione, accese la luce della sua stanza, attese che Monica chiudesse la porta al piano di sopra, poi girovagò per la casa. ‘Ho vinto!’, pensava. Rimase ancora un’ora in piedi a meditare sul giorno che aveva davanti.
       Entrambi dormirono poco quella notte.
    (2 – continua)
    Introituscastello
     
    A Villa Barumela si contavano trentacinque gradi all’ombra, le strade erano deserte; nel primo pomeriggio la gente preferiva chiudersi in casa e gustare il sollievo del fresco ristoratore, garantito da spessi muri di pietra; solo qui e là alcuni rumori provenienti da cantieri edili e, al centro del paese, gli schiamazzi di una banda di indomiti ragazzini.
    Antonio se ne stava steso sul letto e divorava il romanzo “La mia carne freme” di De Regny. Da poco più di un mese aveva superato la quinta ginnasio presso il liceo “Dettori” di Cagliari ed ora aveva trovato in letture particolarmente leggere e appaganti, l’alternativa all’afa che si respirava all’esterno.
    Villa Barumela, piccolo centro dell’oristanese, nella leggendaria “Mamila”, tremila anime, non offriva granché; si popolava d’estate di molti emigrati in vacanza e di qualche turista attratto dalla sua storia millenaria, che un tempo vide come signora, Donna Violante Carroz, della quale ancora può essere ammirato il castello medioevale.
    In realtà gli abitanti di Villa B. sono piuttosto dimentichi della propria storia; i giovani intellettuali la sera si cimentano in accese discussioni su temi che in questi mesi hanno animato la terraferma (terramanna in lingua sarda, o come si dice oggi, continente): golpismo, neofascismo, “razza padrona”, esitando il loro orgoglio per aver partecipato a manifestazioni di protesta a Cagliari, dove studiano, e a scontri con i neofascisti.
    Antonio Atzori fino ad allora aveva partecipato solo a qualche corteo, con lo scopo esclusivo di marinare la scuola e accompagnarsi a delle ragazze. In realtà non aveva ben capito che differenza vi fosse tra Lotta Continua e la Giovane Italia (Fronte della gioventù), confondendo quest’ultima con l’organizzazione mazziniana. Aveva comunque proprie idee, in embrione, d’altra parte aveva solo sedici anni. La sua società ideale non era molto chiara, comunque doveva trattarsi di un mondo in pace ed uguaglianza, secondo principi Cristiani (non democristiani), per il resto gocce di qualunquismo, luoghi comuni, slogan.
    Trasalì quando sentì bussare alla porta, era solo in casa e piuttosto scocciato, dovette interrompere la sua lettura per andare ad aprire. La luce del sole di Luglio lo abbagliò e dovette attendere un istante per capire chi fosse… ma era già stato sommerso da un caloroso e festoso “Ciao, come stai?”.
    Era un po’ confuso, non vedeva Monica da tre anni; per due anni le vacanze li avevano divisi, con profondo rammarico per lui che nell’estate del sessantotto si era preso una bella cotta.
    La famiglia di Monica, emigrata a Milano, d’estate tornava in Sardegna, per qualche settimana trascorreva le vacanze in casa dei nonni Melis.
    Le famiglie Atzori e Melis erano unite da un vincolo di amicizia secolare. Nei primi anni del secolo entrambe potevano essere definite possidenti, collaboravano, solidarizzavano… il vincolo si è perpetrato fino ad oggi, nonostante le “ricchezze” siano ormai smembrate e i diversi figli dispersi tra il continente e l’estero.
    Antonio e Monica si conoscevano fin da bambini, insieme avevano frequentato le prime due classi elementari… in seguito non hanno mancato di vedersi nei mesi estivi. Ora Monica era però una ragazza attraente, bella, con un fascino misterioso, per Antonio, che ne rimase turbato. Fin da piccolo aveva avuto con lei un complesso di inferiorità. Lo sovrastava con la sua esuberanza, conduceva il gioco; lui non la contrariava, non rischiava di perdere la sua compagnia. Aveva fatto con lei i giochi sessuali tipici della fanciullezza.
    Nell’estate del sessantotto, tredicenne, la trovò improvvisamente donna e la guardava con occhi diversi, timoroso di esser, lui, ancora bambino, di sembrarle sciocco; scherzavano insieme come sempre, ma più che mai, gli pareva che lei lo ignorasse o temeva che così fosse.
    Quell’anno in occasione della festa patronale, l’arrivo in casa Melis di altri due zii e relative famiglie, provocò un fatto che Antonio non aveva ancora dimenticato. Accadde che dovendo i nuovi arrivati pernottare a Villa B. per una notte, si presentò il problema dell’accomodation. Nell’ambito delle diverse sistemazioni, Monica venne spedita in casa Atzori; lei, che i grandi vedevano ancora bambina, avrebbe dormito con l’altro bambino, Antonio. Lui fingeva indifferenza, paventava un rifiuto di lei; borbottò anche qualcosa tra i denti, più per se stesso che perché lo percepissero gli altri, ritenendo fosse sufficiente a far pensare a un suo dissenso… poi saggiamente tacque.
    Al ritorno dalla festa di piazza in onore di S. Quirico, dopo la mezzanotte, Antonio esitò ad andare a letto, temporeggiava, non sapendo bene cosa fare; intanto Monica era già accomodata a pie’ di letto. Sembrava addormentata quando lui arrivò e si infilò nel letto, vigilante. Li copriva solo un lenzuolo. Fingendo di guardare altrove, la fissò… poi spense l’abat-jour. Non sapeva bene che fare. Restò immobile per un pezzo, rigido, senza tentare minimamente di prendere sonno. Monica fece due disinvolti movimenti di assestamento e le sue ginocchia vennero a contatto col corpo di Antonio. Questo semplice contatto lo eccitò, eppure non osò muoversi. La sua posizione fisica, pensava, era piuttosto scomoda; non sapeva se lei dormisse o per caso stesse pensando le stesse cose. Tossendo leggermente, decise di muoversi, sfiorò con i piedi le cosce e il seno della ragazza. Poteva anche bastargli per quella notte, ma esultò tra se quando si sentì carezzare quei piedi. Dopo alcuni interminabili minuti, con cautela e facendosi coraggio, Antonio si portò anche lui ai piedi del letto, di fronte a Monica, della quale scorgeva appena la “silhouette”, grazie alla luce pubblica che filtrava dalla persiana. Carezzò le cosce di lei, poi quasi in segno di protezione, gliele coprì con le sue. Monica era attenta a quei movimenti, a quelle carezze che si facevano più audaci. L’abbraccio fu presto totale e reciproco. Lui ripeteva continuamente il suo nome, lei taceva… Si era fatto giorno. Non ebbero l’occasione né il coraggio di parlarne. Antonio, più sicuro di se, cercava insistentemente il suo sguardo per trovarvi espressioni di complicità e nuovo incoraggiamento, ma lei partì due giorni dopo. 
    Rivisse tutto ciò in un interminabile istante, parlando automaticamente con lei, che ora gli era di fronte e che vedeva donna, per lui irraggiungibile. Tra se già si tormentava ritenendola “perduta” e provava un senso di smarrimento pensando al privilegio dei suoi amici milanesi.
    Monica era disinvolta come sempre, quella notte di San Quirico sembrava non la ricordasse affatto; Antonio pareva la vedesse allora per la prima volta. Dopo vari convenevoli la invitò in camera sua a sentire musica e la intrattenne con la sua arma migliore, di sicuro effetto: la comicità paradossale. Il suo disegno era già chiaro e lo portava avanti quasi professionalmente. Monica appariva disponibile. Antonio lo notò dai colpi di anca che lei gli dava involontariamente per stargli vicino.
    “Per quanto sto qua dovrai fare sciopero con gli amici” disse lei; Antonio deglutì, mal celando soddisfazione e sorpresa. Già ci aveva pensato e temeva che lei volesse conoscere ragazzi più grandi. “Mi dovrai accompagnare” continuò, “farmi visitare il paese…”, con ironia e uno sguardo di intesa che voleva dire “so il fatto mio”.
    Aderendo a questi propositi, la portò subito in località “Su ponti”; i loro discorsi si facevano talvolta retorici e puramente oziosi, più concreto era il lavorio di sguardi, sorrisi e gesti. Antonio fece cenno al fatto che Villa B. non concedeva svaghi e a come, anche a Cagliari, la vita fosse monotona e noiosa.
    Lei raccontò, quasi involontariamente e senza dargli peso, di un amico che aveva a Milano ed “usava” solo per andare a ballare, visto che era gradito alla famiglia, ma che lei “odiava”. Parlò anche di tentativi di coinvolgerla in droga-party, che aveva sempre evitato. Stava volentieri sola con Antonio, che pensava all’immagine sbagliata che si era fatto di lei tre anni prima. Entrambi gareggiavano a sembrar l’uno più maturo e vissuto dell’altra. evasione
    Dal ponte si dominava tutto il paese, da Nord a Sud, circondato da colli brulli o per lo più con qualche mandorlo, ulivo, eucalipto; ogni tanto macchia mediterranea e sughereti.
    Si addentrarono in un campo cui si accedeva attraverso un sentiero ripido e scivoloso, Antonio tese la mano a Monica, la guardò profondamente negli occhi e simulando normalità la tirò a se per abbracciarla, lei sorrise. Qualcosa tra loro si opponeva a che i pensieri reciproci venissero svelati.
    Quella sera cenarono insieme in casa Melis; Monica attese che lui si accomodasse a tavola, poi, manco a dirlo, si sedette al suo fianco.
    Azionato per tempo il dispositivo di segnalazione destro, il furgone Mercedes-Benz si accostò al ciglio della strada, poi dopo una breve fermata riprese la sua corsa verso Cagliari.
    Erano le 20,15 di una giornata scura e piovosa di fine Agosto. Bardilio Cabiddu si sistemò lo zaino sulle spalle, fatti alcuni passi abbandonò la superstrada e si diresse verso Oristano.
    Il suo stato d’animo era contrastante, da un lato sentiva ormai odor di casa, con tutto il sollievo che ciò comporta dopo un’assenza relativamente lunga; dall’altro era piuttosto seccato per come era andato il ritorno in autostop da Golfo Aranci: contrattempi, passaggi brevi, cattivo tempo, non gli avevano consentito il rientro in giornata a Gonnosnò, ove risiedeva con la famiglia.
    Era il secondo anno consecutivo che trascorreva l’estate in giro per l’Europa. Nel resto dell’anno studiava Lettere all’Università di Cagliari. Due notti addietro aveva dormito a Zürich, ai bordi di un ippodromo, nella sua tenda canadese. Aveva nella mente mille immagini di quel viaggio che gli tenevano compagnia, mentre a passi lesti, sotto una pioggerella neanche tanto importuna, rinunciato all’autostop per sopraggiunta oscurità, tentava di coprire in tempi brevi quel chilometro che lo separava dalla città.
    I suoi pensieri in prossimità della meta si soffermarono sul che fare. A quell’ora non avrebbe più trovato mezzi pubblici per il suo paese, decise dunque di chiedere ospitalità per la notte a un’amica, Patrizia Pecarin, una rodigina presso la quale ebbe ospitalità tempo addietro.
    Non la vedeva da allora, erano passati dieci mesi, e in quella occasione gli venne presentata da Francesca Boi, una comune amica di Oristano; peraltro quella volta era in compagnia di Bellanna, compagna occasionale del momento. Adesso era solo, sporco, bagnato e alle nove della sera; imbarazzato, pensava a come esordire, come far apparire credibile e necessaria l’ospitalità che avrebbe chiesto.
    Bardilio sapeva che era separata dal marito e abitava con le due figlie, questa almeno era la situazione l’ultima volta che la vide, quando, peraltro, ebbero modo di conversare di primo mattino e a lungo, in un modo che lo impressionò molto, tanto che ne rimase ammaliato.
    Patrizia si era trasferita in Sardegna da alcuni anni per motivi di lavoro. Esercitava l’attività di infermiera professionale all’Ospedale “San Martino” di Oristano. Simpatizzante della nuova sinistra libertaria e di tutte le istanze per i diritti civili, si era appassionata all’esposizione delle tesi indipendentiste di Bardilio.
    Questi, giunto in Via Tirso, imboccò una galleria, quindi esitò davanti al portone del palazzo ove lei abitava. Con un pò di tremore suonò al suo citofono.
    “…Si…?”, rispose una voce femminile.
    “Patrizia ?!”
    “Chi sei?”
    “Sono un amico!… Bardilio. l’indipendentista! Ricordi l’anno scorso, con Bellanna …”
    “Un attimo, ti passo Patrizia”.
    “… Spiegami bene chi sei…..”
    Lui lo ripetè.
    “Il separatista!? L’amico di Francesca?”, domandò Patrizia.
    “Si, sono io”.
    “Sali…”, ribattè con voce prudente.
    Trepidante salì a piedi fino al quarto piano, con qualche inquietudine. Bussò alla porta. Aprirono e gli si fecero incontro in quattro.
    “Ciao!” fece lui con un grande sorriso rivolto a Patrizia.
    “Fatti vedere! Sei proprio tu, ciao!!!” lo accolse lei, prima con uno sguardo attento e poi festante. Lo abbracciò e lo presentò a Raimonda, Vincenzo e Maria, che gli si erano fatti incontro.
    Lui non aveva previsto quelle presenze, sapeva tuttavia che Patrizia ospitava comunemente della gente e ciò era noto nel “circuito alternativo” di Oristano. Dopo aver sistemato i bagagli, raccontò per sommi capi l’ultima parte del suo viaggio e le circostanze che lo avevano portato là. Lei lo invitò a fare una doccia e a mangiare qualcosa, poi lo fece accomodare in una stanzetta con due letti, dove conversarono a lungo.
    “Stanotte dormirai qui”, disse Patrizia indicando il letto ove sedeva. L’altro era il suo. Raimonda non sembrava d’accordo, propose una diversa sistemazione, ma Patrizia insistè decisamente, con grande stupore e sollievo di Bardilio, che se ne stava sulle sue, disturbato dalle continue interferenze di Raimonda.
    Arrivò altra gente e la serata divenne piuttosto chiassosa.
    “E’ ogni sera così” disse Patrizia, “Un gran casino! Tutti vengono qui. Non mi pare più di essere a casa mia. Tra poco arriverà anche Francesco, abita al quinto piano, quando litiga con la moglie viene qui a consolarsi; e ciò accade sempre più spesso”.
    Gli altri intanto iniziarono a sfottere Patrizia, in particolare Michele, veneto come lei, che ogni tanto lanciava delle frecciatine in dialetto, ma si capiva quasi tutto. Disse anche:
    “Oggi che è arrivato il suo ‘moroso’, fa la seria” e altre simili allusioni. Lei si difendeva debolmente per non far pesare la situazione a Bardilio.
    Quando, come preannunciato, arrivò Francesco, il gruppo sì spostò in un’altra stanza. Patrizia e Bardilio rimasero soli.
    “Hai capito ciò che ha detto Michele?”, chiese lei.
    “Solo qualcosa …” , rispose, non osando approfondire oltre.
    “Appena una settimana fa è finita la mia storia con un ragazzo che durava da molti mesi. E’ andato via ed ora anche questo letto è libero”.
    Lui deglutì. Non sapeva se dovesse tenderle la mano, temeva che un gesto troppo precipitoso potesse vanificare quanto, riteneva, stava maturando.
    “Anche tu” continuò Patrizia, “l’anno scorso stavi con Bellanna. Chissà che scopata la notte che avete trascorso qui!”
    Lo negò, precisando che Bellanna era solo una compagna occasionale.
    Lei continuò a provocarlo, tentando presumibilmente di sedurlo, con modi talmente sottili, che Bardilio temeva fossero frutto delle sue illusioni. Gli appariva piuttosto diversa rispetto al primo incontro, priva di quell’aspetto del femminismo sospettoso dei maschi, o forse aveva fiducia in lui.
    Dall’altra stanza intanto l’avevano chiamata più volte; alle ventitrè circa invitò anch’egli ad unirsi agli altri. Confuso per quella svolta imprevista, decise di no, adducendo a motivo la stanchezza, ma in realtà deluso e convinto che fosse il modo migliore perché tornasse presto, anche perchè, sapeva, la mattina dopo aveva il turno alle sei.
    “Starei volentieri qui con te”, lo consolò Patrizia, “Ma non posso lasciar soli gli altri”.
    “Certo!”, rispose lui poco convincente.
    “Domani sarò qui alle due, aspettami. Avremo più tempo per noi”.
    “Non so. Dovrei rientrare a Gonnosnò”.
    “Lascia l’indirizzo a Raimonda. Ti scriverò.”
    Così lo salutò.
    Bardilio non aveva alcuna intenzione di dormire, spense la luce, si stese sul letto, ma teneva ostinatamente gli occhi aperti.
    Nel salotto intanto il baccano continuò per un tempo che gli sembrò interminabile. Passarono probabilmente due ore prima che Patrizia rientrasse; con lei c’era Raimonda, che osservandolo fece degli apprezzamenti.
    Una volta al buio, lui tentò di far capire a Patrizia che era sveglio, muovendosi indelicatamente nel letto. Lei era immobile. Continuò per un pezzo ad osservare la sua sagoma nella penombra, poi il sonno lo vinse.
    Venne svegliato, suppose, da Maria e Vincenzo, o meglio, dai loro gemiti senza pudore che provenivano da una stanza accanto e che rendevano quasi “visibile” il coito senza confini che stavano consumando. Anche Patrizia si svegliò e si lamentò ad alta voce di quei rumori, urla; fu allora che Bardilio fu tentato di raggiungerla nel suo letto. Il dubbio continuava ad immobilizzarlo.
    Attese inutilmente per tutta la notte un segno da lei, finché la sveglia suonò. Prima di uscire lo carezzò in viso.
    echo '';